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14/12/18 ore

Il diritto di cronaca giudiziaria non può essere gogna mediatica



“… La giustizia, come recita la costituzione, viene amministrata in nome del popolo italiano. In questo senso, tuttavia, vanno distinte le attività di corretta ed equilibrata informazione in ambito giudiziario da forme di spettacolarizzazione della notizia che finiscono per non rispettare neanche il principio di presunzione di non colpevolezza, parimenti di radice costituzionale… - cosìl’avvocato Fabio Viglionenel suo intervento a Viterbo nel corso del convegno Cronaca giudiziaria e gogna mediatica tenutosi a Viterbo nel salotto del teatro-libreria “Caffeina”. 

 

Con lui ne hanno parlato Massimiliano SiddiSostituto Procuratore della Repubblica di Viterbo, Natale Fusaro, criminologo e docente universitario Giorgio Renzetti, caporedattore de Il Messaggerodi Viterbo. A moderare il dibattito Grazia Graziadei, caporedattore del TG1.

 

La giornalista ha messo a confronto le posizioni espresse dai relatori per portarle a sintesi. Tutti gli ospiti, pur muovendo da diversi punti di partenza, hanno concordato nel ritenere centrale il massimo rispetto dei canoni deontologici nell’esercizio dell’attività giornalistica.

 

Un rispetto che consente di differenziare la cronaca giudiziaria – ed il diritto dovere di informare la comunità sull’amministrazione della giustizia – rispetto a distorsioni e spettacolarizzazioni dei processi. Nella vivacità del dibattito non sono mancate diversità di approccio alle numerose problematiche nella individuazione di alcuni principi di riferimento sui quali modulare il punto di equilibrio. 

 

“È fondamentale  - ha proseguito Viglionericonoscere al diritto di cronaca giudiziaria il ruolo centrale di controllo democratico sull’amministrazione della giustizia, in linea con i principi costituzionali. Penso all’art. 21 ed all’art. 101. In uno Stato democratico moderno, sarebbe inconcepibile una giustizia segreta, amministrata nel silenzio dei mezzi di informazione ed all’insaputa dei cittadini…”.

 

Va poi sottolineata una criticità per certi spetti ineliminabile nel rapporto tra informazione e processo: il ritmo dell’informazione e quello dell’accertamento giurisdizionale, si rilevano profondamente diversi. Ad una necessità di estrema velocità del primo corrisponde una fisiologica – ed a volte patologica – lentezza del processo. In questo senso, per evitare che anche assoluzioni piene vengano travolte e rese sterili da una verità mediatica frettolosa, andrebbe praticata la presunzione di non colpevolezza come approccio laico nel raccontare le vicende giudiziarie.

 


 

Soprattutto quando gli elementi necessari al pieno accertamento sono incompleti e suscettibili di evoluzione. Una evoluzione che nel nostro sistema processuale trova il luogo di massima espressione nella centralità del contraddittorio dibattimentale. Certo, non si può attendere l’esito di un giudizio per informare i cittadini dell’esistenza di un procedimento.

 

Le notizie di una indagine, se di interesse pubblico, fanno parte del ciclo dell’informazione che il giornalista ha il diritto dovere di fornire ai cittadini. Tuttavia, non sempre l’informazione viene praticata in modo tale da contemperare gli interessi in gioco. Alcune distorsioni si realizzano soprattutto nella fase delle indagini preliminari, momento in cui, come è evidente, gli elementi raccolti possono essere ancora incompleti ai fini dell’accertamento.

 

Ma proprio in quella fase, l’interesse dei mezzi di comunicazione sembra essere più elevato ed è soprattutto in quei contesti che andrebbe prestata maggiore attenzione alle modalità con le quali si offrono le notizie ai lettori, agli ascoltatori, agli spettatori… Andrebbero evitate quelle forme di informazione sensazionalistica, talvolta infarcita di veri e propri “trailer” giudiziari in grado di suggestionare anche attraverso frammenti di immagini.

 

In questi casi, pur volendo prescindere dalla liceità della diffusione di atti di indagine, c’è il rischio di confezionare una notizia sbilanciata dagli effetti devastanti per l’accusato.

 

Queste forme di spettacolarizzazione andrebbero evitate per dare spazio ad una cronaca giudiziaria che sappia abbinare completezza nella informazione e sobrietà nella forma. Non va poi dimenticato il rispetto della dignità della persona che non può non guidare qualunque trattamento dei dati e delle notizie in materie così delicate… ”.

 

 

 


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